Ambiente, paesaggio e patrimonio culturale per valutare il benessere e la qualità della vita

Con la nuova Legge di bilancio approvata il 28 luglio 2016, il “benessere equo e sostenibile” (Bes) entra per la prima volta nel Bilancio dello Stato e consente di rendere misurabile la qualità della vita e valutare l’effetto delle politiche pubbliche su alcune dimensioni sociali fondamentali. Il Bes nasce con l’obiettivo di valutare il progresso di una società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale e viene misurato dall’ISTAT attraverso 130 indicatori raggruppati in 12 dimensioni, tra le quali trovano posto “Paesaggio e patrimonio culturale” e “Ambiente”.
Tra gli indicatori di queste due dimensioni la “Densità di Verde storico e Parchi urbani di notevole interesse pubblico: Superficie in m2 delle aree di Verde storico e Parchi urbani di notevole interesse pubblico (D. Lgs. n.42/2004, artt. 10 e 136) per 100 m2 di superficie urbanizzata (centri e nuclei abitati) nei Comuni capoluogo di provincia” e la “Disponibilità di verde urbano: Metri quadrati di verde urbano per abitante”.
Dal rapporto Bes 2016 redatto dall’ISTAT si evince che “nel  2015, le Amministrazioni centrali hanno speso per la tutela e valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici (escluso il settore dello spettacolo) lo 0,07% del Pil (pari al 6,6% di meno rispetto all’anno precedente con una diminuzione della spesa che riguarda solo gli investimenti. Anche a livello delle comunità locali si registra una evidente tendenza alla riduzione della spesa per la gestione del patrimonio culturale (nel 2014, la spesa corrente dei comuni italiani per musei, biblioteche e pinacoteche è stata di 10 euro pro capite, contro i 10,2 dell’anno precedente e i 10,3 del 2012).
Un altro fattore di criticità, che si ripercuote in particolare sulla tutela del paesaggio è il fenomeno dell’abusivismo edilizio: si stima che nel 2015 siano state realizzate quasi 20 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 17,6 dell’anno precedente e le 9,3 del 2008.
Anche il verde storico viene considerato come “un elemento qualificante dei paesaggi urbani nazionali. La sua elevata valenza non è circoscritta al valore estetico e storico-culturale, ma deve essere con siderata anche per le funzioni ecosistemiche che esplica: con le altre aree verdi delle città contribuisce alla regolazione del microclima urbano e all’assorbimento delle polveri sottili, oltre a essere parte integrante delle reti ecologiche. In ogni città queste aree rappresentano insieme fattori di benessere psico-fisico, legato alla fruizione ricreativa, e importanti elementi di riconoscimento identitario dei cittadini” I dati riportati indicano che “nei comuni capoluogo italiani, nel 2014, il verde urbano pubblico, costituito in gran parte dal verde “storico” di ville, giardini e parchi, rappresenta in media il 2,7% del territorio dei capoluoghi di provincia (oltre 567 milioni di m2) e, in termini di superficie complessiva, è cresciuto dello 0,7% rispetto al 2013. La disponibilità media è di 31,1 m2 per abitante, con i due terzi circa dei comuni che però si attestano sotto il valore medio e 19 città che non raggiungono i 9 m2 pro capite. Le “aree naturali protette” presenti in ambito urbano rappresentano oltre 3.300 km2 del territorio dei capoluoghi (il 16,1% della superficie totale). Complessivamente, le aree verdi coprono oltre 3,8 miliardi di m2 (pari al 18,5% del territorio dei capoluoghi). In 47 comuni è presente una rete ecologica, cioè una rete fisica di aree naturali frammentate di rilevante interesse ambientale-paesistico, collegate da corridoi ecologici per facilitare la mobilità delle specie e tutelare il mantenimento della biodiversità anche in ambito urbano. Le aree del verde storico e dei parchi, delle ville e dei giardini rappresentano in media circa un quarto del verde urbano, le aree boschive oltre il 20%, quelle a verde attrezzato il 14%, i grandi parchi urbani e le aree di arredo entrambe circa il 10%. Gli alberi monumentali (una delle componenti del verde tutelata dal Codice dei beni culturali) sono presenti in 67 città capoluogo. Gli orti urbani sono in continua crescita nelle città, attivati in 64 amministrazioni nel 2014 (+4,9% rispetto all’anno precedente)”.

WASHOKU LA COLORATA VITA ALIMENTARE DEI GIAPPONESI-Un’ape in città

Una curiosa, interessante e allegra mostra organizzata dall’lstituto di Cultura Giapponese a Roma sulle tradizioni, le abitudini, i riti, i prodotti alimentari e le preparazioni della cucina giapponese. Un mosaico di colori e di immagini che raccontano i cibi degli anniversari, delle feste, delle ricorrenze, quelli di buon augurio e quelli che vengono associati a particolari momenti della vita, ma anche quelli che fanno parte dell’alimentazione di tutti giorni. La cultura alimentare tradizionale dei giapponesi di matrice salutista, il WASHOKU, è una pratica sociale basata su un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni legate alla produzione, trasformazione, preparazione e consumo di cibo ed è stata dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco nel 2013. La pratica favorisce il consumo di vari ingredienti naturali di provenienza locale, come riso, pesce, verdure, frutti e piante selvatiche commestibili. Le conoscenze di base e le competenze legate a questa cultura dell’alimentazione, quali il giusto condimento della cucina casalinga, sono tramandate in casa durante i pasti condivisi. Il menù tradizionale prevede riso, misoshiru o zuppa, contorno e tsukemono, verdure marinate.
Nelle sale dell’elegante edificio in cui si trova l’Istituto culturale giapponese sono esposti, riprodotti su pannelli con le didascalie esplicative, i piatti divisi per tipologie: quelli a base di riso, i brodi e le zuppe, il pesce e le verdure, i legumi e i dolci, con le spiegazioni dei legami di ogni piatto con la vita e le tradizioni dei giapponesi. Alcuni di essi sono coinvolti in giochi di parole, come lo shusseuo, “pesce in carriera”, associato ad avanzamenti di carriera o cambiamenti epocali, altri sono legati a usi quotidiani, come il Mehari Zushi 8riso avvolto in foglia di Takana), pranzo al sacco per contadini e montanari delle province di MIE e WAKAYAMA, o a riti tradizionali come la “Festa delle bambole” (o “Festa delle bambine”) che si celebra il 3 marzo, giorno in cui le persone pregano per la salute, la felicità e la crescita delle proprie figlie femmine, in casa vengono esposte delle particolari bambole chiamate hina ningyo e si mangiano gli hishi mochi, delle torte di riso a forma di diamante da tre o cinque piani, accompagnate da un particolare sake dolce, chiamato shirozake. Grande spazio è dedicato agli onigiri, le polpette di riso ripiene di salmone, tonno e altri condimenti vari, spesso avvolte da alghe nori per poter essere mangiati per strada, alle zuppe, al pesce e ai dolci, come gli wagashi, dolci a base di frutta, riso e legumi, molto colorati e da consumare in genere durante la cerimonia del tè.
Un angolo della mostra è dedicato alla scatola-vassoio HAKOZEN: in uso dal periodo EDO (1603-1868) e fino a 60 anni fa ogni membro della famiglia aveva la propria razione nella scatola che aperta diventava una specie di tavolino.
Nell’altrettanta curiosa rassegna Food Cinema un panorama cinematografico giapponese legato al tema Japan Food Culture.
Fino al 19 aprile 2017.

Olivetti e De Masi-Diario Pubblico

“Ho avuto la grande fortuna di conoscere ben quattro dei personaggi a cui sono dedicati gli appuntamenti di “Un futuro mai visto” e con tre di loro sono stato anche molto amico. Con Adriano Olivetti, in particolare.
Avevo deciso di fare la mia tesi di laurea in sociologia del lavoro e chiesi al mio professore di Perugia di poter approfondire la catena di montaggio. Mi fu consentito e, siccome avevo la possibilità di vivere a Napoli con i miei, scelsi di farla a Pozzuoli. Fui fortunato, perché scrissi ad Adriano Olivetti spiegandogli della mia tesi ed ebbi subito una risposta da parte della sua segreteria. Entrai in azienda per quindicimila lire al mese per tre mesi, che allora erano tanti soldi e per quel periodo fui il più ricco dei miei amici.  Un giorno una collaboratrice mi disse: “Il presidente ti vorrebbe conoscere.”
Adriano Olivetti mi chiese del mio segno zodiacale e poi mi domandò della laurea. “Appena ti laurei –  mi disse – mandami una cartolina postale e io ti assumerò”. Così finì il mio colloquio con Adriano Olivetti. Mi laureai, gli inviai la cartolina e fui assunto in una settimana. Ho lavorato poco alla Olivetti, perché presto ebbi una borsa di studio per il dottorato a Parigi, ma quel periodo segnò per me una svolta epocale, iniziata con una domanda sul segno zodiacale.
Chi era Adriano.
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Bologna: storia, memoria e futuro-Impressioni di viaggio

Novembre 2016. Un pò di tempo ritagliato dalla frequentazione del Master universitario Pio La Torre sulla “Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie” mi ha consentito di conoscere il luogo dove è custodita la memoria di quanto avvenne il 27 giugno 1980 quando il DC9 dell’Itavia, partito dall’aeroporto “Guglielmo Marconi” con destinazione Palermo, esplose e cadde al largo di Ustica. In un capannone in via Saliceto, ai margini del centro della città, negli ex magazzini ATC (l’antico deposito della Zucca che fu rimessa dei tram a cavallo, di quelli elettrici, dei filobus e degli autobus) nasce nel 2007, per la ostinata volontà dell’Associazione dei Parenti delle Vittime, il Museo per la Memoria di Ustica, allestito con l’opera permanente dell’artista francese Christian Boltanski. Al centro del grande spazio il relitto dell’areo con accanto nove scatole nere contenenti gli effetti personali delle vittime, intorno ad esso 81 specchi neri, tante quante furono le vittime e appesi al soffitto 81 lumi che si accendono e spengono lentamente, mentre gli altoparlanti diffondono frammenti di parole sussurate, a rappresentare lo spirito delle persone scomparse. Un luogo suggestivo, in cui è possibile conoscere una delle storie più controverse e drammatiche del nostro paese, mai chiarita fino in fondo, ma che ha trovato nella sentenza della Corte di Cassazione, che condanna lo Stato al risarcimento ai familiari delle vittime, il riconoscimento che la strage fu causata da un missile. L’ingresso è gratuito.
Sulla strada del ritorno verso il centro incuriosisce una bella palazzina del Comune in via Matteotti, dove ha sede il Teatro Testoni, un luogo dedicato alle giovani generazioni, gestito dalla compagnia teatrale “La Baracca”.  Specializzata nel teatro per ragazzi organizza spettacoli, laboratori, iniziative di formazione e di diffusione delle arti e della cultura rivolte a bambini, famiglie, insegnanti, all’insegna della creatività e dei valori di integrazione sociale, solidarietà, accettazione degli altri.
Il Palazzo dell’Archiginnasio a piazza Galvani racconta invece la prestigiosa storia dell’Università di Bologna. Costruito allo scopo di riunire in un unico edificio tutte le scuole dei Legisti (diritto civile e canonico) e degli Artisti (filosofia, medicina, matematica, scienze fisiche e naturali) conserva il Teatro anatomico (con le famose statue degli Spellati), luogo per l’insegnamento dello studio dell’anatomia mediante la dissezione dei cadaveri, due aule magne, una per gli Artisti (oggi Sala di lettura della Biblioteca comunale) e una per i Legisti, detta anche dello Stabat Mater, in memoria della prima esecuzione dell’opera di Rossini nel 1842 e la testimonianza della storia dell’Archiginnasio data dalle decorazioni che ricoprono le pareti delle sale, i muri e le volte dei loggiati e delle scale, rappresentate dalle iscrizioni e dai monumenti commemorativi dei maestri dello Studio e dagli stemmi degli studenti che frequentarono lo Studio bolognese dal tardo secolo XVI a tutto il XVIII. Il biglietto per la visita è di soli 3 euro…!
Nel complesso di Palazzo Pepoli Vecchio è stato allestito il Museo della Storia di Bologna su progetto di Mario Bellini con Italo Lupi (2012): 38 sale disposte su tre livelli, collegati da una torre in vetro e acciao (la Torre del tempo) presentano il racconto della storia della città il cui ingresso avviene su un tratto di strada estrusca ricostruita. Un Museo ricco di testimonianze dell’importanza di Bologna in molteplici settori e discipline e di rappresentazioni delle figure che hanno reso Bologna egemone in molti campi di studio, nelle arti, nella scienza, nelle lettere, nella tecnologia, nello sport, nella musica.

Storia e Narrazione: “Olivetti e il primo Pc. La grande opportunità sprecata”

E’ andata in scena lo scorso 29 novembre, al Teatro Palladium di Roma, la lezione spettacolo ”Olivetti e il primo pc. La grande opportunità sprecata” con la regia di Paolo Colombo, immagini e suoni curati da Pietro Cuomo.
La narrazione di Paolo Colombo, dopo una breve introduzione di Anna Lisa Tota, ripercorre la storia della società fondata a Ivrea nel 1908 con il nome di Ing. C. Olivetti & C. S.p.A. da Camillo (Ivrea 1868 – Biella 1943), padre di Adriano, che nel 1911 iniziò la fabbricazione di macchine da scrivere. La lezione racconta le esperienze, le invenzioni, i sogni, i successi commerciali e le tante personalità e professionalità che hanno caratterizzato questa grande azienda italiana, ma anche le difficoltà e l’ostruzionismo che ne hanno segnato il destino.
Al centro del racconto l’avventura pioneristica della Olivetti nel mondo dell’elettronica e dell’nformatica: il laboratorio di giovani talenti prima a New Canaan nel Connecticut e poi a Barbaricina, a Borgolombardo e a Pregnana, l’invenzione dell’Elea 9003 (il primo calcolatore commerciale italiano), la straordinaria realizzazione del primo personal computer – il leggendario P101 ad opera di Pier Giorgio Perotto, un ingegnere che, dalla primavera del 1962, si dedica a un nuovo progetto: una macchina per elaborare dati che offra autonomia funzionale e che quindi abbia dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, programmabile, dotata di memoria, flessibile e semplice da usare (in pratica, qualcosa concettualmente molto simile a un personal computer) – nelle (e nonostante) difficili condizioni dei primi anni ’60 in Italia, paese che volutamente decise di non investire in quello che sarebbe diventato uno dei settori di maggior sviluppo economico di un futuro ormai prossimo. Tante le citazioni di figure che hanno fatto la storia del mondo dell’industria – Valletta, Visentini, Cuccia e Agnelli – accanto ai quali emergono anche personaggi meno noti, come Mario Tchou, Natale Capellaro, Remo Galletti, Mario Grossi, Giorgio Sacerdoti, Mauro Pacelli, Giuseppe Calogero, Caro Vandoni, Gino Lauri e tanti altri, espressione di una vicenda prodigiosa, capace di dare un grandiosissimo contributo al benessere del nostro paese.

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Storia e Narrazione è un progetto ideato e promosso da Chiara Continisio e Paolo Colombo, docenti di Storia presso l’Università Cattolica di Milano che hanno deciso qualche anno fa di inserirsi nel solco dello storytelling tracciato dagli studiosi anglosassoni, dando vita ad un laboratorio di creazione di storie attraverso la narrazione, con la partecipazione del pubblico chiamato ad assistere a una storia coinvolgente e affascinante.

 

Olivetti nella Settimana della Cultura d’Impresa

Numerosi gli eventi che raccontano le esperienze della Olivetti nel corso della XV edizione della Settimana della Cultura d’Impresa:
-la presentazione di Archivi Digitali Olivetti, la piattaforma digitale che rende per la prima volta disponibile in rete un patrimonio culturale unico nella sua interdisciplinarietà, inerente gli archivi aziendali, di persone, enti e istituzioni, nonché raccolte documentarie della storia Olivetti dal 1908 ad oggi;
-la catalogazione del fondo bibliografico del Centro di Formazione Meccanici, che offre lo spunto per analizzare l’attività formativa in Olivetti, nata per far fronte ad una richiesta di manodopera specializzata e che si dimostra da subito innovativa (una Scuola che oltre all’istruzione teorica in aula ed alle ore di officina prevede visite ai musei, alle mostre
e la possibilità di approfondire gli studi nella biblioteca di fabbrica);
-la presentazione del libro “La letteratura al tempo di Adriano Olivetti” di Giuseppe Lupo, che racconta un mondo di relazioni, influenze, suggestioni artistiche e protagonisti di una prolifica e controversa stagione letteraria;
-l’incontro “La cultura del design e la tecnologia”, che ripercorre la storia del design tecnologico olivettiano;
-la mostra “Dalla meccanica all’elettronica: lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti” che espone un’accurata selezione di manufatti della comunicazione provenienti dai fondi dell’Associazione Archivio Storico Olivetti.

La Fabbrica Bella nella Settimana della Cultura d’Impresa

Si svolge dal 10 al 24 novembre la quindicesima edizione della Settimana della Cultura d’Impresa promossa da Museimpresa su tutto il territorio nazionale e il cui tema è “la Fabbrica Bella: cultura, creatività, sostenibilità”, un viaggio nelle aziende italiane che credono nella sostenibilità dal punto di vista sociale e ambientale.
Un’occasione per conoscere realtà industriali importanti ma anche imprese caratteristiche e rappresentative del mondo industriale italiano di oggi e di ieri e che aiutano a ripercorrere una storia di invenzioni, successi, primati e prodotti di eccellenza delle aziende del nostro Paese.
Un mondo vasto e variegato, pieno di sorprese e di storie interessanti che raccontano, ad esempio, la nascita del tubo senza saldature, che ha inizio nel 1906, quando la Deutsch-Oesterreichische MannesmannröhrenWerke di Düsseldorf (Mannesmann), titolare del brevetto per la fabbricazione di tubi in acciaio senza saldatura–allora impiegati per acquedotti, gasdotti, palificazione per linee elettriche e ferroviarie–decide di realizzare uno stabilimento in Italia a Dalmine (Bergamo), il design delle turbonavi Conte Biancamano, Cristoforo Colombo, Leonardo Da Vinci, Michelangelo e Raffaello, fiori all’occhiello delle navi di linea italiane, i cui allestimenti degli interni vennero caratterizzati dalle opere di artisti contemporanei, il sogno di Salvatore Ferragamo, di creare e produrre le più belle scarpe del mondo, la gamma dei prodotti della Pirelli documentati e conservati nell’archivio storico ospitato nella Bicocca degli Arcimboldi, la collezione del Museo del Cavallo Giocatto a Grandate, che espone più di 650 cavalli giocattolo realizzati dal Settecento fino ad oggi e provenienti da tutto il mondo (alla quale si aggiunge, per l’occasione, un esemplare del cavallo a dondolo H-horse, prodotto da Kartell in metacrilato trasparente e disegnato dal designer giapponese Nendo), le lavorazioni e le tradizioni che si celano dietro le specialità mostrate nel tour di visita del Museo del Confetto “Mucci Giovanni” ad Andria, i campionari dell’archivio storico della Fondazione Zegna (dal “Tessuto N° 1”, la prima stoffa prodotta dal lanificio del conte Ermenegildo che inizia a produrre tessuti utilizzando quattro telai e che pensa al campionario come “oggetto complesso” ripartito in tre “contenitori”: il libro, la scatola e il taccuino), le macchine per caffè della più grande collezione al mondo del museo MUMAC, le automobili, motociclette, biciclette ma anche strumenti musicali, macchine fotografiche e per scrivere che Luciano Nicolis ha raccolto nel “Museo dell’Auto, della Tecnica e della Meccanica”, le collezioni librarie, museali e archivistiche dedicate alla storia dell’assicurazione della Fondazione Mansutti (una biblioteca di oltre 6000 volumi, tra libri antichi, moderni e periodici, oltre 350 manifesti pubblicitari realizzati tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento da celebri artisti italiani ed europei, oltre 2500 polizze assicurative antiche provenienti da tutto il mondo, tra cui rari esemplari cinquecenteschi interamente manoscritti e oltre 800 rare targhe incendio italiane e ungheresi), le Società di Mutuo Soccorso raccontate nel Museo di Formello, i prodotti della liquerizia del Museo “Giorgio Amarelli”, gli orologi da torre custoditi nel Museo “G.B. Bergallo”, il mondo della grappa del Poli Museo.
La settimana prevede anche una serie di itinerari industriali nei “Luoghi del lavoro” nelle Marche, fabbriche e laboratori dove nascono alcune delle più apprezzate produzioni industriali e artigianali di una delle regioni maggiormente colpite dal terremoto di quest’anno (come Elica cappe da cucina a Fabriano, Fattoria Petrini oleificio a Monte San Vito, FBT professional audio equipment a Recanati, IFI arredamento bar, gelaterie, pasticcerie e contract a Tavullia, Guzzini illuminazione a Recanati, Paoletti bibite tradizionali analcoliche ad Ascoli Piceno, Pigini fisarmoniche a Castelfidardo, Sabelli industria casearia ad Ascoli Piceno, Tecnostampa e Studio Conti industria grafica a Loreto).

Beni confiscati alle mafie: due esperienze di successo

Cambio rotta

Via Giacosa

La presentazione del bando per il finanziamento a sostegno di attività economiche sui beni confiscati alle mafie promosso dalla Fondazione CON IL SUD in collaborazione con la Fondazione Peppino Vismara è stata l’occasione per conoscere alcuni dei protagonisti di esperienze realizzate nelle regioni del Sud d’Italia con analoghi finanziamenti. Un settore, quello della valorizzazione dei beni confiscati alle mafie e, soprattutto, quello del loro utilizzo per finalità non solo sociali ma anche produttive ed economicamente sostenibili, che percorre un sentiero impervio e pieno di ostacoli, di tipo ambientale, burocratico, legislativo, finanziario, che concorrono a rendere questa auspicata rinascita una strada tutta in salita. Un settore teoricamente con grandi potenzialità, che soffre per la mancanza delle condizioni atte a garantire il reale conseguimento degli obiettivi che la legge di iniziativa popolare n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – Associazioni, Cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi e attività di promozione sociale e lavoro, si è prefissa.
Ciò nonostante, grazie alla presenza di Comuni virtuosi (pochi), giudici illuminati, amministratori giudiziari competenti e associazioni, consorzi, cooperative (tante) impegnate in iniziative di riscatto di luoghi, strutture e situazioni un tempo in mano alla criminalità organizzata, si può assistere a qualche miracolo e ascoltare storie di successi. E’ questo il caso dei progetti illustrati, con passione, entusiasmo e dedizione, da Davide Ganci, del Consorzio Ulisse e da Tonino De Rosa della Cooperativa Agropoli:
-il Progetto “Cambio rotta”  promosso dal Consorzio Ulisse che ha realizzato un Centro culturale polivalente con Scuola di cucina, ristorante e lounge bar nella ex villa dell’imprenditore affiliato alla famiglia mafiosa di Bagheria, Salvatori Geraci (ucciso per una faida interna all’’organizzazione mafiosa nel 2004) ad Altavilla Milicia;
-il Progetto “Via Giacosa” a Casal di Principe, dove nella ex villa del boss dei Casalesi Mario Caterino, è nato un un ristorante-pizzeria gestito da NCO – Nuova Cucina Organizzata che offre anche servizi mensa e di catering promuovendo l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Provincia di Caserta: legalità e sviluppo nelle terre di Don Peppe Diana-Impressioni di viaggio

Fattoria Ristorante Fuori di Zucca

15 ottobre 2016. Il sorriso sulle labbra, la passione e l’entusiasmo: questi i segni distintivi dei responsabili delle aziende che si sono sviluppate utilizzando alcuni beni confiscati alle mafie nelle terre di Don Peppino Diana, parroco della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, assassinato nel marzo del 1994 mentre si accinge a celebrare la santa messa. Un territorio, quello di Casal di Principe, in provincia di Caserta, noto all’opinione pubblica per la presenza del clan dei casalesi e per le vicende legate alla terra dei fuochi, ma che oggi vede una rinascita sociale e civile ad opera di un gruppo di strutture e di operatori, di professionisti e di imprenditori che, con professionalità e rigore morale, gestiscono attività economiche applicando principi etici, di inclusione sociale e di qualità dei servizi forniti e credendo nel futuro legale di questi luoghi. Continua a leggere…..

Sansepolcro, Camaldoli e le sorgenti del Tevere-Impressioni di viaggio

La Verna

29-31 Agosto 2016. La meta finale di questi ultimi giorni di vacanza è l’eremo di Camaldoli, immerso nella foresta del Casentino, istituita nel 1993 come Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi Monte Falterona e Campigna.
Fondato nel 1025 da Romualdo, monaco di Ravenna, l’Eremo rappresenta, con il Monastero, uno dei più importanti luoghi di dimora dei monaci benedettini, meta di pellegrinaggi, turismo culturale, gite e soggiorni di studio. Continua a leggere….